Scritto sui banchi

15 novembre 2006

in europa, in europa... incontro con Borrel, qui a caserta

Una scommessa chiamata Europa. Con gli studenti in prima fila. In seconda, per essere più precisi. Le poltrone davanti erano riservate alle autorità, così come vuole il galateo istituzionale. Però erano davvero in tanti domenica ad ascoltare Josep Borrell, Presidente del Parlamento Europeo. Insegnanti, presidi, studenti, rappresentanti delle associazioni, cittadini comuni. Molti in piedi, in precario equilibrio appoggiati alle pareti del Teatro Comunale. Ad ascoltare dalla viva voce del Presidente il precario equilibrio della comunità europea. Appena il cinque per cento della popolazione mondiale (la più vecchia del mondo!), con 27 stati membri, 23 lingue diverse e una necessaria, complicatissima unanimità, alla base di ogni decisione. “Una palla al piede, questa unanimità!”, ha detto Borrell. Ha un linguaggio visivo, il Presidente, ricco di metafore e immagini. Come lampadine che si accendono nel buio della politica e della burocrazia. “Quando potranno migliorare i livelli di istruzione?” chiede una ragazza. “E’ come domandare ad un fico quando produrrà pesche”, risponde lui. Perché nonostante le imperversanti mutazioni genetiche non si può chiedere alla politica sopranazionale di sovrapporsi a quella nazionale. “So di dare risposte deludenti”, dice sconsolato dopo altre domande (come favorire gli spostamenti da una nazione all’altra abbassando i costi degli affitti? Quali politiche per il lavoro per tutti?) , "ma se questo incontro ha un senso è quello di capire bene che all’Europa non si può chiedere quello che non può fare”.
Però si dilunga molto sul concetto di identità. “Non si nasce italiani, si nasce in Italia. L’identità è una costruzione sociale, nasce dalla interazione. Per sentire l’Europa bisogna sentirla, girarla”. E agli studenti che sono accanto a me brillano gli occhi. Subito dopo una stoccata di realismo: “Il fatto è che noi fabbrichiamo europei a livello medio alti. L’Erasmus costa e i giovani che non hanno reddito non hanno Erasmus”. Insomma, il Dialogo aperto è un continuo via vai dai progetti di ampio respiro alla quotidianità dei problemi. Da una parte vi è la solidità di un trattato oramai cinquantenne, basato sulla condivisione dei diritti umani, sulla abolizione delle frontiere e l’adozione della moneta unica. Dall’altra la consapevolezza che le differenze tra i paesi sono tante, radicali. Dall’istruzione al lavoro, alla integrazione. “In Finlandia una domanda su come migliorare l’istruzione non l’avrebbero fatta”. “Non c’è un consiglio nazionale della gioventù?” chiede stupito nel corso della conversazione. E no, Presidente. Certe volte noi facciamo domande e diamo risposte deludenti. Però vorremmo non mollare. Anzi, “Ci piacerebbe lavorare in una realtà locale pensando alla comunità europea” sottolineano i ragazzi dell’Ufficio Europa della Provincia che hanno organizzato l’incontro. “Pure ci piacerebbe lavorare e basta” chiosa a bassa voce un ragazzo. Gli ideali però riprendono a volare alto: “Costruire una democrazia sopranazionale è un compito difficile, spiega paziente Borrel. “Il Parlamento è la cucina dove stiamo preparando l’Europa con i prodotti che vengono dall’Europa”. E’ quasi l’una, la mattinata si è conclusa. Borrel sa trovare persino le metafore giuste al momento giusto. E’ l’ora di andare a preparare.


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